Silicon Valley Study Tour

Esperienza in Silicon Valley: Tecnologia, imprenditori e mercato. Perché non qui da noi?

I tempi sono cambiati, il mondo è in repentina globalizzazione, ma chi ancora tra i giovani europei non ha mai pensato agli Stati Uniti come ad un riferimento ed ad una terra ricca di opportunità?


Grazie all’accordo tra l’associazione culturale La Storia nel Futuro® www.storianelfuturo.org, Aizoon, prima agenzia autorizzata in Italia per lo Staff leasing nell’IT www.aizoon.it e SVIEC Silicon Valley Italian Executive Council, nato nel febbraio 2004 come emanazione della National Italian American Foundation su iniziativa del suo vice presidente per la West Coast Avvocato Jeff Capaccio di Palo Alto www.carrferrell.com, è partito a settembre del 2006 il secondo Silicon Valley Study Tour, coordinato da Paolo Marenco, Presidente e Fondatore de La Storia nel Futuro® e direttore di Aizoon, per mezzo del quale, dopo una lunga selezione, sette universitari delle Facoltà di Ingegneria ed Economia di Genova e Torino hanno avuto la straordinaria opportunità di toccare con mano quello che molti studiosi chiamano “la culla del nuovo Rinascimento Italiano” oppure anche “the Medici Effect”, ossia il modello tecnologico della Valle più innovativa al mondo, che ricorda appunto il Rinascimento Fiorentino. Tutto ciò grazie a SVIEC, questo formidabile network informale che riunisce, oggi, oltre trecento manager e imprenditori italiani e italoamericani nella Silicon Valley.


Quando parliamo di 5000 aziende hi-tech e di un tasso di nascita delle start-up pari a 500 all’anno in un raggio di circa 60 km viene spontaneo chiedersi quali siano le ragioni di tale “miracolo”.


Innanzitutto è importante ricordare che la "Valle del silicio" è caratterizzata non solo da un’elevata concentrazione di imprese (la prima fu la Hewlett-Packard, fondata dai due omonimi studenti dell’illustre Università di Stanford che nel 1938 disponendo solo del garage di casa e di un investimento iniziale di 538$ inventarono il primo audio-oscillatote elettronico), ma anche da un indotto formidabile che ha portato, in breve periodo, ad una iperbolica crescita dell’economia, della ricerca, della conoscenza e della tecnologia (da ricordare, infatti, l’importanza delle Università di Berkeley, San Josè, Santa Clara ed ovviamente di Stanford, dalle quali scaturirono Parchi di Ricerca già negli anni ’50 e i volani del boom industriale dell’area nato grazie anche alle commesse dell’industria militare).

In seconda battuta, l’estrema gradevolezza dell’ambiente naturale insieme ad una grande apertura per chi ha voglia di fare parte di strutture di capitale di rischio (Venture Capitals), ha generato una formidabile attrazione di cervelli, delle più diverse origini etniche, culture e sistemi di valori, sia personali che professionali. Ciò ha permesso la crescita di una vera e propria comunità, forte e creativa: parliamo, infatti, di una popolazione di 2,4 milioni di persone, il 40% nato in un paese straniero.


La Silicon Valley, più che un luogo geografico, è un’idea, una condizione dello spirito, soprattutto spirito innovativo. Il merito, la passione e la creatività sono premiate sia dal punto di vista economico sia da quello personale. Le ricche Fondazioni universitarie sono il cardine finanziatore di start up industriali. La prima e forse più illustre fu quella “Stanford”. Marito e moglie, in seguito ad una disgrazia familiare, decisero di dedicare la propria esistenza e i milioni di dollari accumulati alla costruzione di un’università. Il loro ideale era “Formare cittadini istruiti e utili alla società”. Questo è forse l’esempio più illustre, ma esprime fortemente quale sia lo spirito di questa affascinante Valle Eldorado. Esiste una relazione capillare fra università ed aziende, vi è un diverso rapporto datore di lavoro-dipendente, tutto è teso a stimolare nuove idee. Questa continua sinergia fra insegnamento e ricerca, aziende hi-tech e capitale ha creato e continua a creare un sistema di relazioni informali, formali e destrutturate finalizzate a crescere, innovare e competere.


Tornando alla realtà imprenditoriale, la presenza di piccole e grandi aziende hi-tech ha innescato dinamiche per le quali si può, oggi, parlare di Silicon Valley come del “distretto dei distretti”. Infatti, dalla densa rete di relazioni trasversali e scambi sia materiali che immateriali tra imprese e distretti (computer e comunicazioni, semiconduttori, componenti elettronici, biomedicale, software, etc..) si è creata una vera e propria sottocultura caratterizzata da un altissimo livello innovativo.

Respirando l’aria della Silicon Valley, l’incontro con interessanti figure manageriali open minded italiane ed italo-americane, presso le proprie aziende, ha spalancato gli occhi ed il cuore di noi giovani. Abbiamo, infatti, non solo veduto una realtà molto differente rispetto a quella italiana, ma abbiamo anche trovato opportunità di internship (stage), assunzioni future e comunque di keeping in touch con chi, orgoglioso di raccontare la propria esperienza, ha potuto dare una lezione di vita e preziosi consigli a giovani italiani. Ciascuno poteva, infatti, meglio comprendere le esperienze degli italiani emigrati in America, magari ripensando a frasi e parole dette dai propri nonni.


Dopo aver incontrato realtà quali AMD, Sun, Logitech, HP, Cysco System, Google, Yahoo, noi partecipanti al tour siamo tornati a casa colmi di riflessioni, da un lato con il desiderio di ritornare nella Valle per crescere umanamente e professionalmente, dall’altro desiderosi di portare la nostra esperienza e di veder crescere nelle nostre regioni italiane un modello simile a quello del distretto della Bay Area, dove è stato possibile che la tecnologia creasse una classe di “manager della scienza”, trasformando la scienza in business.


Come fare? Facile a dirsi. L’ambiente naturale non ci manca così come la qualità dei nostri atenei, in particolare di Genova e Torino da cui noi proveniamo. La creatività l’abbiamo nel sangue, come dimostrano i nostri connazionali: Federico Faggin co-inventore del microprocessore, Mario Mazzola ex Olivetti, “anima” di Cisco, Pierluigi Zappacosta e Giacomo Marini fondatori di Logitech, questi sono solo la punta di un iceberg. Quello che ci serve è forse una maggiore libertà di impresa con meno vincoli alle aziende, un modello più flessibile nel mondo lavorativo, un sistema più meritocratico che faccia emergere le eccellenze ed la presa di coscienza che ognuno può diventare impreditore di se stesso. Se su questi punti il nostro paese sarà capace di migliorare in modo sostanziale, e questo dipende senz’altro anche dal ricambio generazionale di cui i giovani come noi saranno gli attori, i capitali di rischio oggi totalmente assenti nasceranno anche in Italia.


Probabilmente costruiremo meno contenitori, più o meno tecnologici, l’edilizia magari continuerà ad arricchire il desiderio di speculazione, ma sfrutteremo lo sviluppo di idee impiegando risorse per far crescere dalle nostre Università più “aziende nei garage” e più sinergie con l’industria, in modo che, modelli che come HP cinquant’anni fa o Google solo pochi anni fa, facciano crescere cultura d’impresa ed innovazione.

Il modello di idee ed innovazione attrarrà, come in California, l’immigrazione di nostri colleghi ingegneri indiani e cinesi, che escono in gran numero dalle Università di quei giganti emergenti, portando nuovi flussi di eccellenza culturale e stimoli evolutivi nel nostro paese.



Daniele Mongiardini, laureando in Economia aziendale - Università di Genova;


Giacomo Speretta, laureato in Ingegneria Elettronica - Università di Genova;


Nicola Bongiovanni, laureando in Ingegneria delle Telecomunicazioni - Università di Genova;


Annachiara Fisichella, laureanda in Ingegneria Elettrica - Università di Genova;


Alessandro Carrega, laureando in Ingegneria Informatica - Università di Genova;


Andrea Biggio, laureando in Ingegneria Informatica - Università di Genova;


Stefano Vaccino, laureato in Ingegneria Elettronica specializzato in nanotecnologie - Politecnico di Torino.



Settembre 2006

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