Silicon Valley Study Tour

Intervista a Marco Marinucci, Business Development Manager di Google

Marco Marinucci,38 anni,ingegnere elettronico genovese,da due anni Business development manager di Google, incontrato a Mountain View, è senz’altro un modello da imitare per i ragazzi partecipanti allo Study Tour in Silicon Valley, il terzo organizzato da La Storia nel Futuro®,Aizoon e la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Genova dal 27 agosto al 7 settembre.

Marco, quali sono state le tue esperienze dopo la laurea
in Italia?

Come spesso accade, sulla scia della tesi ho continuato per un paio d’anni come ricercatore in intelligenza artificiale e poi bioingegneria presso l’IRST, l’istituto di ricerca in Trentino. Quando mi sono reso conto che era sempre più difficile spiegare ciò su cui lavoravo a amici e familiari, ho realizzato che la ricerca non era esattamente la mia strada, ma che la mia passione era poter risolvere
problemi reali con impatto sulle persone. Per oltre quattro anni ho lavorato per una società leader in hardware e software per la gestione del ticketing e controllo accessi di siti turistici ad alto flusso. Sebbene la società fosse italiana, il mercato era internazionale: ‘l’internazionalità’ è diventata poi una costante nella mia carriera. Oltre a informatizzare la maggior parte dei parchi tematici e siti turistici più conosciuti nel mondo, inclusi musei e siti archeologici italiani, sull’onda della ‘legge Ronchey’, coprivamo anche le prime prenotazioni e vendite su internet. Erano gli anni del boom del .com, quindi dopo un’esperienza in Spagna, ho lasciato la
società e sono approdato ad una impresa in fase di start- up in Francia che si occupava di Voice over IP, la telefonia via internet. Come responsabile del Business Development, oltre al business planning mi occupavo del rapporto con i Venture Capitalist, ovvero, di cercare finanziatori per il nostro sviluppo. A seguito di questo sono approdato nella Silicon Valley. È stato amore a prima vista. Non solo perché li viveva colei che poi è diventata mia moglie. Ma anche per l’atmosfera frizzante che si respirava, sep-
pure fossimo negli anni duri del “post bolla” (2002). In ogni caso, dopo un paio d’anni di esperienza fran-
cese – l’azienda ora va a gonfie vele e si è trasferita a New York – decisi di lasciare la Francia per provare l’avventura in California.
L’opportunità venne con Giunti Interactive Labs (costola tecnologica del Gruppo Giunti) che mi propose di supportarli nel lancio internazionale del loro prodotto di Elearning/content management. Cosi, dopo un periodo in Italia, tornai in California e mi ci stabilii. L’ufficio Giunti,
almeno per il primo anno, era il mio appartamento a San Francisco. Malgrado ciò e una situazione macroeconomica avversa (eravamo in piena recessione) era stimolante vedere che un software sviluppato a Sestri Levante, potesse essere adottato da grandi gruppi statunitensi.
Nel 2005 approdai a Google, nei quartieri generali di Mountain View.

Che cosa caratterizza e distingue la Silicon Valley?
Il modello si basa sulla presenza di 3 pilastri di eccellenza: università leader come Stanford e Berkeley con
forti connessioni nel mondo dell’industria, uno spirito imprenditoriale che viene incubato all’interno delle uni-
versità stesse e un tessuto finanziario particolarmente sviluppato e efficiente, a tutti i livelli, dagli Angel investorsai VCs, ai gruppi di private equity.
Queste condizioni creano un ecosistema particolarmente fertile per le innovazioni e per attrarre talenti da tutto il mondo. Delle migliaia di start up che vengono incubate se ne conosce solo una minima parte; di volta in volta nascono le HP, le Cisco, le Apple, le Google o le YouTube dei nostri anni, che a loro volta diventano la migliore exit strategy per le centinaia di start up e i loro investitori.
La dinamicità con cui tutto ciò accade è vorticosa ed eccitante e finisce per entrarti nelle vene. È l’adrenalina
positiva che diventa ordinaria.

Perchè Google e quanto è difficile arrivarci?
Google è un po’ un mondo a parte, decisamente non è una società ordinaria. Quando sono entrato nel 2005,
la dimensione della società (più di 2000 persone) mi spaventava, vista la mia preferenza per società più piccole. Avevo inoltre il timore che la grandezza rappresentasse un freno alla capacità di rapida innovazione che l’aveva resa famosa. Oggi, dopo poco più di 2 anni, siamo più di 13.000 persone. Eppure sotto molti punti di vista sembra ancora di lavorare in una start up, con la stessa eccitazione, dinamicità e, se vuoi, ‘ingenuità’.
Sono entrato come responsabile di business development per un progetto ambizioso: digitalizzare e indicizza-
re tutti i libri per renderli disponibili a cominciare dai 400 milioni di utenti di Google. La selezione non è una
passeggiata... Nel mio caso è durata poco più di 6 mesi.

Quali credi siano i vostri punti di forza?
Decisamente una forte cultura aziendale che ancora permea la società. E senza dubbio una leadership unica,
in particolare di Sergey Brin e Larry Page (i due fondatori poco più che trentenni) che sono persone decisamente illuminate. Non smettono mai di stupirmi per la loro perspicacia e capacità di analisi dei dettagli tecnici e di visione strategica. E non parlo solo del mondo tipico in cui opera Google. Ho visto presentazioni o interviste dal vivo di Sergey su fonti di energia alternativa, auto elettriche, politica e standard industriali. L’impressione è la stessa, non sbagliano un colpo. L’idea è che, se ci si concentra a sviluppare applicazioni innovative che possono aiutare milioni di persone a risolvere problemi reali, tutto il resto, comprese le risorse economiche, verrà di conseguenza. Se esiste una opzione a favore dell’utente rispetto a un’altra che privilegia il guadagno a breve termine per la società si sceglie sicuramente la prima. Questa cultura permea tutti i
livelli della società, soprattutto i quartieri generali di Mountain View e nel campus stesso.
Pullmann con internet per i dipendenti e spazio per ospitare in ufficio i propri animali.

Quali altri servizi “unici” fornisce Google ai propri dipendenti?
A mio avviso tutto ciò fa parte dell’attenzione verso i dipendenti e dall’altro non avere paura di usare soluzioni
innovative. Per non parlare degli ottimi ristoranti presenti nel campus dove puoi mangiare gratuitamente, ai corsi e agli sport che puoi praticare liberamente. È un marketing efficace e funziona, soprattutto pensando che Google praticamente non spende un dollaro di marketing di branding. Il fatto di far risparmiare ai dipendenti le ore passate nel traffico fa migliorare vistosamente la produttività: quello che sembrava un centro di costo è in realtà un centro di profitto. Ecco perché Google è una società di successo: sa cogliere spunti che sembrerebbero banali da un punto di vista di gestione tipicamente aziendale. E ovviamente gli animali a Google hanno libero accesso.

Come vedi Genova e l’Italia dal tuo punto di osservazione?
Purtroppo l’Italia si trova, da tempo, in una congiuntura sfavorevole. Mi sembra ci sia bisogno di energie gio-
vani, di maggior attitudine al rischio, il rischio di tentare nuove strade. Ed è frustrante, soprattutto pensando alle risorse che il paese ha e produce, anche in termine di talenti. Genova ne è un esempio significativo. Secondo me sono necessari un ricambio generazionale in tutti i settori e un’iniezione di energia positiva.

Ci torneresti a lavorare, e per quale progetto particolarmente stimolante?
Al momento non ho in progetto di tornare in Europa. Certo mi piacerebbe poter contribuire nel mio piccolo ad
agevolare questa fase di cambiamento necessaria di cui parlavo. Magari aiutando a creare i ponti con le risorse che abbiamo qui in Silicon Valley. Negli ultimi 15 anni ho vissuto a Trento, Milano, Roma, Parigi, Barcellona, Nizza e ora dal 2003 sono a San Francisco. Eppure quando mi chiedono di dove sei, dico “Genova, Italy”

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